displasia congenita dell'anca
La displasia congenita dell’anca è una malformazione a carattere evolutivo, ereditaria, probabilmente multifattoriale, consistente in un complesso di anomalie di modellamento sia dell’epifisi (testa) femorale sia dell’acetabolo (cavità dell’anca dove si articola la testa del femore) sia della capsula ligamentosa (iperlassità).
La lussazione congenita rappresenta uno stadio di evoluzione della displasia non trattata o curata in modo scorretto. È, tra le patologie ortopediche, una delle più frequenti anomalie congenite: in Italia interessa il 2-3% della popolazione. Sono più colpite le femmine rispetto ai maschi (5:1), con una trasmissione familiare. Gli esiti del trattamento sono in rapporto alla precocità dell’inizio, alla corretta esecuzione della cura e al danno anatomico.

Displasia congenita dell’anca: tempi di guarigione

La guarigione può avvenire in 3-4 mesi, come in sei o dopo un anno.
Alla nascita possiamo trovarci di fronte a una di queste tre condizioni:
  • Displasia congenita dell’anca semplice o anca lussabile (relativamente frequente);
  • Anca lussata riducibile (rara) Anca lussata non riducibile (molto rara).
I segni di presunzione della displasia congenita dell’anca sono: un’asimmetria della rima vulvare, delle pliche glutee e antero-mediali della coscia (tale segno però è spesso presente in soggetti con anche normali e può viceversa essere assente in neonati con anca displasica), l’extrarotazione dell’arto, la familiarità e la presenza di altre malformazioni.
La probabilità diagnostica della displasia congenita dell’anca è sospettata dopo l’esame clinico e dopo l’esecuzione, nei primissimi giorni di vita, della manovra di Ortolani-Barlow. Nei casi dubbi , in caso di familiarità per tale patologia e per la conferma diagnostica, è indicata l’ecografia che consente di porre una diagnosi sicura.
L’ecografia rappresenta oggi l’esame di prima scelta per la diagnosi strumentale di tale displasia congenita dell’anca: Rispetto alla radiografia del bacino, infatti, l’esame con ultrasuoni presenta diversi vantaggi:
  • permette di identificare, oltre alle strutture ossee, le strutture fibrocartilagine dell’articolazione;
  • consente di evidenziare anche forme lievi di displasia o semplici ritardi di maturazione ossea dell’anca che la radiografia spesso misconosce;
  • permette di osservare i cambiamenti che si realizzano con i movimenti attivi o passivi della testa femorale, cioè di realizzare un esame dinamico;
  • è una tecnica innocua e quindi vi si può ricorrere ripetutamente per controllare la maturazione fisiologica in caso di immaturità dell’articolazione, per verificare la terapia in atto, per qualsiasi dubbio;
  • la realizzazione pratica dell’esame è agevole in quanto non si richiede l’immobilità assoluta del bambino, fattore fondamentale per l’esecuzione di una buona radiografia del bacino.

Displasia congenita dell’anca: è utile lo screening ecografico di routine?

È tuttora in discussione, tra i pediatri e gli ortopedici, la necessità di uno screening ecografico a tutti i neonati; è opinione diffusa che sarebbe molto utile (diagnosi precoce) ma molto costoso per il sistema sanitario nazionale. L’ecografia consente inoltre di stabilire la gravità della displasia con la classificazione di Graf che comprende quattro stadi a loro volta suddivisi in sottoclassi. In maniera molto semplificata si può dire che nel primo stadio l’anca è considerata matura e nel secondo stadio (fino al IIb) in ritardo di maturazione; oltre lo stadio IIb l’anca è a rischio o decisamente decentrata.
Per ciò che concerne il trattamento, nella displasia congenita  dell’anca semplice, nelle anche lussabili e nelle anche lussate riducibili è generalmente sufficiente mantenere gli arti in flessione e abduzione (cosce flesse e allargate; attenzione quindi perché col marsupio si hanno sì le cosce divaricate ma spesso sono a penzoloni). Ciò si può ottenere con diversi strumenti. Nel bambino molto piccolo potrà essere utile l’impiego di un doppio pannolone. In quello più grande o negli stadi più compromessi conviene usare un divaricatore, di cui esistono diversi tipi.
Ovviamente è indispensabile seguire il bambino con controlli periodici sia clinici che ecografici. Nelle anche lussate non riducibili, se non c’è una alterazione sclerotica della capsula, il trattamento consiste in una lenta riduzione ottenuta mediante trazione progressiva associata all’intrarotazione dell’arto e seguita dall’immobilizzazione in posizione di riduzione.

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